Ashoka il Grande

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Copertina del romanzo Ashoka il Grande

"Dalla guerra alla illuminazione: il cammino di un imperatore"

Giuseppe Attanasio ci guida in un viaggio immersivo e spirituale attraverso la figura del leggendario sovrano Ashoka. Il romanzo intreccia storia, dramma umano e ricerca interiore, ripercorrendo la trasformazione di un uomo da crudele conquistatore a monarca illuminato.

La narrazione si dipana tra eventi storici documentati e suggestioni narrative, in un affresco potente del III secolo a.C. che ci parla, con forza, anche del nostro presente.

Il giovane principe

Ashoka era cresciuto tra i corridoi e le sale di corte, imparando l’arte della politica e della guerra. Aveva visto i suoi fratelli complottare per il potere, aveva ascoltato i sussurri delle stanze segrete, aveva studiato la geografia delle terre che un giorno avrebbe potuto dominare. Tra i suoi fratelli, il maggiore, Susima, era il prediletto del padre. Superbo, arrogante e privo di scrupoli, vedeva nel governo non una missione, ma un diritto divino, e guardava Ashoka con astio e sospetto. Vitashoka, il più giovane, era di indole pacifica e riflessiva, incline alla filosofia e all’introspezione. Tra lui e Ashoka esisteva un legame di sincera affezione, anche se la lotta per il trono li avrebbe spinti su strade diverse. Altri fratelli, più lontani nell’ordine di successione, orbitavano attorno alla corte come satelliti attorno a un sole impassibile, ognuno con la propria ambizione, ognuno pronto a tradire per sopravvivere. Si narra che, quando Ashoka era ancora un bambino, accadde un fatto che gli avrebbe insegnato il peso della spada e il silenzioso sussurro della legge causale. Un gesto innocente, nato dal gioco, si sarebbe trasformato in una lezione incisa nel cuore, come il vento incide le rocce nel tempo. Era un giorno di luce dorata, quando l’imperatore Chandragupta Maurya, suo nonno, ormai anziano aveva deciso di lasciare ogni bene materiale per ritirarsi in un tempio jainista. Il regno era stato affidato a suo figlio Bindusara, e il vecchio sovrano, con la serenità di chi ha compreso la caducità del potere, si preparava al suo ultimo viaggio. La notizia si era diffusa tra i corridoi del palazzo, suscitando sussurri e bisbigli tra i cortigiani e le dame. Ma tra i più giovani, la comprensione di quell’addio era ancora acerba, confusa tra curiosità e leggerezza. Nel cuore della reggia, Ashoka, con la vivacità propria della sua età, si era avventurato tra le stanze proibite. I suoi occhi brillavano di meraviglia quando trovò la spada del nonno, posata con rispetto su un tavolo di legno intarsiato. Non era un oggetto qualunque: la lama aveva attraversato battaglie, tagliato il destino di molti e scritto la storia della dinastia Maurya. Eppure, per le mani inesperte di un bambino, era solo un oggetto affascinante, un gioco proibito dal richiamo irresistibile. Non passò molto prima che Susima, scoprisse la scena. Susima, più grande e consapevole delle regole, vide nell’atto di Ashoka un’occasione. Con passo svelto, corse dal nonno Chandragupta, con la voce carica di una falsa preoccupazione. “Nonno, Ashoka ha preso la tua spada!” esclamò, con la speranza di vedere il fratello umiliato e punito. Chandragupta si voltò con sguardo calmo, senza fretta né rabbia. I suoi occhi, che avevano visto guerre e regni nascere e cadere, si posarono su Ashoka con la dolcezza di chi comprende che l’infanzia è un tempo di domande e scoperte. “Vieni qui, Ashoka,” disse con voce profonda, e il bambino, con la spada ancora tra le mani, si avvicinò esitante. L’anziano imperatore posò una mano sulla testa del nipote e, con un sorriso velato dalla saggezza, gli parlò. “La spada,” disse, “è un demone affamato. Non distingue amici da nemici, né giusto da sbagliato. Lei vede solo sangue.” Ashoka lo guardò con occhi spalancati. Il peso delle parole era più grande di quello dell’arma tra le sue mani. Chandragupta allora prese la spada e, con gesto solenne, la gettò nel fiume che scorreva poco lontano, lasciando che le acque la inghiottissero. Poi, senza voltarsi indietro, partì con i monaci jainisti, allontanandosi dal regno che aveva costruito con il ferro e il fuoco. Ashoka rimase a fissare il punto in cui la spada era scomparsa, ma nel suo animo infantile si agitava qualcosa di nuovo. Forse una domanda, forse un presagio. Quella visione, l’immagine del fiume che inghiottiva il metallo, lo avrebbe accompagnato per molto tempo, come un’ombra discreta lungo il cammino della sua vita.

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